venerdì 28 dicembre 2012

Incontri a Parigi

fonte: http://gurdjieffinedito.blogspot.it/

Tracol: Allora come posso essere attento?


Gurdjieff: Si deve avere la sensazione di tre cose. O li vedi o li senti. La cosa importante è un contatto. In ogni momento. Tu osservi diverse forme di contatto. Una volta, tu senti. Un'altra volta hai la sensazione.
O puoi vederli, or you might guess at them. È necessario che tu sia occupato tutto il tempo, che ti occupi con questa obbligazione. Se tu lo vuoi, se lo decidi, la parte di te che stimi è obbligata a farlo. Altrimenti, punisci te stesso. Se non lo fai, è colpa della tua individualità. Devi educare la tua individualità. Rifiutale quel che le piace. Non darle nulla. Opponiti in tutte le cose. Per esempio, quel che fai alla destra, fai alla sinistra. Ogni cosa per opporlo. E la tua individualità può trovarsi in una situazione molto brutta. Peggio che in prigione.
Mme de S: Non c'è peggior sofferenza.
Gurdjieff: È difficile ma utile.


Ja: Signore, Lei mi ha grandemente illuminato sul modo in cui si dovrebbe compiere il proprio compito. Fino a un certo punto, ci riesco. Ma durante la giornata, le proprie attività qualche volta assorbono molto. Uno non vede la persona che ha scelto per il proprio compito e poi vede che la giornata è stata vuota. Come si può mantenere, in assenza della persona, il fuoco necessario per il proprio compito? Come si può mettere qualcosa al suo posto?

Gurdjieff: In generale, è una cosa molto importante. Tu hai scelto un compito verso qualcuno. Ma non sei sempre con quella persona. Ci deve essere una pausa. E' impossibile lavorare sempre, su un soggetto; non hai abbastanza energia. Per questo motivo, metà del tuo tempo andrebbe al tuo compito e metà alla preparazione al compito. E' una combinazione molto buona. Devi usare il tempo in cui non vedi la persona, a prepararti. Come prepararsi? Puoi fare solo una cosa - puoi consciamente aumentare il desiderio di vedere quella persona. Puoi aumentarlo dicendo a te stesso: "Io sono". Respiri consciamente. Dici "Io sono". Quando dici "io", respiri nell'aria tutti i suoi elementi attivi consciamente. Quando dici "sono", accumuli dell'energia nella batteria e pensi a come usarla. Rappresentati la persona con cui stai lavorando e pensa che quando la vedrai sarai molto concentrato, avrai molto più contatto con essa. Così, quello che dovresti aver fatto in sette volte, l'avrai fatto in una. E ora, dottore, spiegagli in buon francese cosa ho appena detto.

Ab: Il compito è composto di due parti; nella prima, svolgi il compito verso la persona che hai scelto, e nell'altra ti prepari ad avere una relazione più diretta con lei.

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Gurdjieff: No, dottore. Non spiegare così. Quella non è una parte. Non ci sono parti. La persona è assente. Tutto il suo tempo è libero. Se tu dici "una parte", è come se dicessi, per esempio, una parte tu pensi, una parte tu fai. Non usare questa parola (non dirlo così (?)). Lui come ha posto la domanda? Ha detto che a volte la persona è via e ha chiesto come impiegare il suo tempo. Tutto il suo tempo per quello; non una parte.
(Dialogo in russo)
Mme. de Salzmann: Il signor Gurdjieff dice, why did he hook unto that?
(Silenzio)

Ja: Ho notato - è una constatazione - che, oltre al fatto che sto lavorando meglio, nella realtà ci sono un migliaio di motivi che non ho mai visto e che ora mi appaiono, ragioni per l'interesse a quel ragazzo. Primo, facilita il mio lavoro esteriore e mi dà una migliore relazione con lui.

Gurdjieff: Comunque sia, hai notato qualcosa (di particolare) dall'ultima volta che ti ho assegnato un compito? Questo tempo trascorso è stato produttivo?

Ja: Certamente sì.

Gurdjieff: Ma non teoricamente - seriamente, solidamente.

Ja: Sì.

Gurdjieff: Se ti dico che se lavori sempre così, farai in un anno quello che avresti forse fatto in cinquanta, mi credi?

Ja: Posso sempre dire che l'ho visto come una nuova porta.

Gurdjieff: Fratello, ascolta quel che dice. Se continua a lavorare bene, quello potrebbe anche aiutarlo a continuare bene. Ora, prendilo come un compito, l'aiutarlo; e comprendi bene che lo stai aiutando egoisticamente, che lo stai aiutando per te stesso, cosicché dopo lui può aiutare te. E per quello, perché tu possa ricordarlo, ti darò un mezzo molto buono. Vado a ripeterti qualcosa che Blonde mi ha ricordato per associazione. Ogni giorno tu e tuo fratello vi vedete. Prendi come compito di non incontrare mai tuo fratello senza fare quello che ti sto per dire.

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Gli dirai: "Ricorda te stesso". E quando lo hai detto, pensa interiormente, "io sono te, tu sei me" con tutto il tuo essere. E continuerai questo processo il più a lungo di cui sarai capace.

Al: Per tutto il tempo che lui e lì?

Gurdjieff: Sì. E con queste parole, è necessario che le tue emanazioni escano anche verso di lui. Fai un contatto con tuo fratello. Ha il tuo stesso sangue; attraverso il sangue tuo fratello riceverà questo contatto. Il tuo aiuto può consistere in quello. Dopodiché, se esce per affari o per qualcos'altro, dal momento in cui rientra, fallo di nuovo. Ogni volta che lo rivedi dopo che è stato assente, anche se fosse per cinque minuti, comincia di nuovo. Se è presente un estraneo, diglielo piano; ma se siete soli diglielo forte. Se c'è qualcuno, puoi sempre fargli un segno. Puoi pestargli il piede, agitare le mani. Ti puoi mettere d'accordo in anticipo con lui. Puoi sempre dargli una pacca… dopodiché cominci il compito. E non dimenticartelo mai: quello che stai aiutando non è lui, ma te stesso. Se lui potrà stare solidamente in piedi da solo, ti potrà aiutare dopo. Lui è l'unica persona che puoi aiutare. Dottore, ha qualcosa da dire?

Ab: Signore, la preparazione di cui parlava poco fa, uno deve provare a farla per tutto il resto del tempo, quando non si è con la persona?

Gurdjieff: Dipende dall'individuo, quanto è occupato nella vita, che tipo d'affari uno ha. Tu hai forse cento cose (da fare); dividile in cento parti, dividi il tuo tempo. Una parte del tempo fai quello; un'altra parte, un'altra cosa. All'inizio, dovresti preparare te stesso. Ma lui ha un compito, tu ne hai un altro. Tu sei un dottore, hai qualcosa da fare, hai molte attività; lui è solo un parassita di suo padre, non fa niente. Tu, tu non sei un parassita. Lui ha forse più di altre cose. Ma tu, tu hai un'occupazione. (A Ja) Se formuli bene quel che ho appena detto, c'è in essa una buona filosofia che può servire per comprendere molte cose. Colui che può afferrarlo comprenderà molte cose riguardo l'educazione.

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Qualche volta ti spiegherò perché sei, tu, un parassita. Qualcun altro un semi-parassita. Un altro ancora un quarto di parassita. L'unica persona che non lo è; il vostro stimato Mullah Nassr Eddin. Lui è imparziale.

Ba: Chi è?

Mme. de Salzmann: Un uomo saggio dell'Oriente che tu non conosci ancora, di cui si parla nel libro. Ha sempre una frase appropriata per ogni cosa.

Gurdjieff: E' un uomo saggio, unico sulla Terra.

Mme. de Salzmann: Ha una massima per tutte le circostanze della vita. Per esempio, dice che se al padre piace ballare al suono del violino, il figlio finirà sempre battendo il (gran) tamburo.

Gurdjieff: (A Zuber) Bene, cara nuova persona, non ti sei ancora seduto sulle galosce.

Zuber: Sì, con un poggiapiedi.

Gurdjieff: Non ricordo che...
E' candidato per essere messo in galosce. Le galosce di un vecchio ebreo. Forse hai qualcosa da chiedere.

Zuber: Quando uno comincia a lavorare qui (qui o fuori) la relazione che uno può avere con diverse persone sembra essere cambiata rispetto a prima, incerta. Si dovrebbe mantenere la stessa impressione come in passato (è imbarazzante, per uno che si sente cambiato), o si dovrebbe fingere e mettere sé stessi in una confusione e in una prova che non sarebbe capace di portare avanti?

Gurdjieff: Bene, non hai capito il compito che ti ho dato. Io ti ho detto di imparare, di prepararti a recitare esteriormente una parte e interiormente di non identificarti, Interiormente, fai il lavoro dato qui. Esteriormente non devi cambiare niente, dovresti essere come prima. Prima facevi cosà, ora fai lo stesso. Recita una parte senza che nessuno si accorga di cosa sta avvenendo in te.

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Non cambiare niente. Rimani come prima, ma reciti una parte. Bene, poi capirai cosa significa recitare una parte. Farai le stesse cose che facevi sei mesi fa. Cambi solo interiormente.

Zuber: Mi ha dato un consiglio per una persona, ma vale anche in generale?

Gurdjieff: Per quelle persone che potrebbero essere come quella. Fino a quando sarai interiormente cambiato. Poi, in quel momento, se altri notano che sei cambiato, ti possono soltanto rispettare. Altrimenti, se si nota oggi che sei cambiato, ti prenderà per un idiota; crederà che tu hai una nuova fissazione. Gli darai l'impressione di allegria, tristezza, o idiozia, o che ti sei innamorato, o che hai perso a carte. La gente non deve accorgersi che sei cambiato. Per loro, prima e dopo lo stesso. Dottore, tu che hai capito. Lui no. Le due cose devono essere ponderate, interiore e esteriore.

Ab: La difficoltà sta nel fatto che uno non sa che persona era prima. Si era inconsci. Non si sapeva chi si era. Finché non si è osservato sé stesso. Come può uno imitare il sé stesso di prima?

Gurdjieff: Se tu avessi un gusto oggettivo, sapresti cosa sei. Puoi ricordare guardando all'indietro.

Ab: Ma la personalità aveva qualcosa di spontaneo che è inimitabile. Forse col tempo riusciremo a imitarla. Ma è difficile. L'imitazione è (wretahed, wretabed, wretched?) pessima.

Gurdjieff: C'è una sola cosa che ti può aiutare. Ogni giorno prima di andare al lavoro siediti per quindici minuti sul bidet. (A Denise, che sta ridendo): e tu, suora della carità, tu capisci bene le faccende mediche. Il tuo dottore deve consultarti spesso. (A Jacques): Hai scritto? Anche quel che ho detto del bidet? Bravò! Una parola contiene molte spiegazioni per chi è intelligente. Una parola può spiegare più di mille parole. Una sola figura. (A Mme. Vis): Comunque, ho appena notato qualcosa. E' passata mezz'ora: io ricordo che un momento fa avevi lo stesso colore di tua sorella.

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Da mezz'ora sei diventata pallida. Blonde, tu sei rimasta come prima. Tua sorella è impallidita. E' molto possibile che alla sua destra o alla sua sinistra sia seduto un vampiro che la sta dissanguando. Può essere trovato a cinquantaquattro centimetri a destra o sinistra.

Ab: Io non credo che Luoise sia una vampira. Sono proprio sicura che non lo è.

Gurdjieff: Non devi mai essere sicura. Questo prova che tu non sai cosa sia un vampiro. Il vampirismo è una scienza. Può essere praticata inconsciamente. La scienza medica non sa niente al riguardo. Per esempio, voi siete marito e moglie. Lei è magra così e tu anche. Tre mesi dopo, lui è magro come questo, lei è grassa come quella. O al contrario. O tra fratello e sorella. O due amici. Sei mesi dopo tutto è cambiato. Inconsciamente. Il vampirismo esiste conscio e inconscio. Qui dove siamo noi succedono certi vampirismi... E' una legge molto spiegabile. Noi siamo tutti attorno al tavolo. C'è una catena che collega ognuno. Se io prendo la mano al mio vicino e ci stringiamo tutti le mani, io posso dissanguare il dottore (Andree) fino a morirne. Forse è lei quella che, senza somigliare a un vampiro, lo è. Non lo so. Sarebbe necessario esaminare la questione dans l'ordre. Io vedo il fatto. Se succede che noto qualcosa di più, lo noto. Se due volte, commento. Se tre volte, per me è un fatto. Poi io studio seriamente e specificamente. La prima volta può essere un caso; lo percepisco, ma è unico, non dico niente. Lo vedo una seconda volta. Così faccio attenzione, cerco una ragione, e se succede una terza volta lo studio specificatamente. (A Jacques): Il tuo lavoro è molto difficile, nostro stimato capo segretario. Mi metto nei tuoi panni. Ho pena per te per il presente. ma sono felice per te per il futuro. Il tuo conto in banca sta crescendo senza che tu abbia depositato alcun denaro reale.

Ba: Mi piacerebbe fare una domanda. Mi piacerebbe sapere... io ricordo me stesso molte volte al giorno, ma credo che il mio ricordare non sia volontario. E' solo il risultato di un'associazione che mi porta a lavorare.

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Come posso avere un ricordo che dipenda dalla mia volontà e non dalle mie associazioni?

Gurdjieff: Esiste un modo molto buono. Tua madre e tuo padre sono vivi?

Ba: Entrambi

Gurdjieff: Buono, puoi essere felice. Ti darò un esercizio. Impara a farlo, Poi ti spiegherò i dettagli. Prima di tutto fissa un contatto con tuo padre e tua madre

Ba: E quando sono con loro?

Gurdjieff: Con o senza di loro. Lo fai interiormente. Per esempio, "io sono". Quando loro ci sono, tu li osservi. Quando non ci sono, tu li rappresenti a te stesso. Tu dici a te stesso: per ognuno di loro, "io sono te, tu sei io". Tu sei il risultato dei tuoi genitori. tu sei lo steso sangue. Ricordalo. Più tardi ti spiegherò. Nel frattempo, fai questo. Abitua te stesso interiormente a essere molto calmo e vedere sinceramente e con affetto tuo padre, tua madre. Oggettivamente, essi sono più di Dio. Dio stesso disse: finché tua padre e tua madre sono vivi, io non esisto per te.

Ba: Perché ci si dovrebbe rappresentare i propri padre e madre?

Gurdjieff: Tu devi la vita a loro. Ma quella è un'altra faccenda; la vedremo in seguito. E' la legge. Nel frattempo, prendila oggettivamente. Tuo padre e tua madre sono più che Dio. Se tu preghi Dio, Dio stesso può mandarti al diavolo: "dopo la loro morte tu verrai a me" (chez moi). E' un modo di dire. Io ti dò questo esercizio che consiste in questo contatto al fine di prepararti per un altro esercizio. Questo ti aiuterà. E' difficile ricordare sé stessi. Non puoi farlo teoricamente, renderlo automatico. Le associazioni non ti aiuteranno, per ricordare te stesso, dovresti fare uno sforzo di volontà. Hai capito cosa voglio dire. Niente può nascere spontaneamente. Le tue associazioni non sono te, sono automatiche.

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In seguito (quando avrai lavorato) le tue associazioni rimarranno sempre automatiche, ma il tuo lavoro avrà una relazione, non più con le tue associazioni, ma con te.

Dalle Letture (Domande e risposte del gruppo francese) 9 settembre 1943

Domanda: Vorrei chiedere riguardo lavoro e fatica. mi sembra che sia una differenza tra sforzi di lavoro e sforzi automatici. Il lavoro esteriore si prende la nostra energia; l'altro lavoro, al contrario, accumulerebbe energia. Ma è il contrario. Uno è molto stanco, perde energia.

Gurdjieff: E, nel mentre, la conservi. Consciamente, mangi l'elettricità che hai nel corpo e la trasformi. Questo costituisce la tua forza. Non lo stesso tipo di fatica. La ftica da lavoro reale ha un futuro; tu sei stanco, questo ti darà un solido risultato, ri-carica il tuo accumulatore. E se continui, accumuli una sostanza consistente che riempie il tuo accumulatore (batteria). Più ti stanchi, più il tuo organismo elabora questa sostanza.

Domanda: Quella fatica (stanchezza) è favorevole o no agli sforzi di concentrazione?

Gurdjieff: Se è fatica (stanchezza) ordinaria, non ha valore per lo sforzo. Dipende dagli altri accumulatori. Non sarai capace di fare cose ordinarie. Perderai le tue ultime forze. MA per altri tipi di fatica c'è un'altra legge: più dai, più riceverai.

Gurdjieff: Ho notato che al mattino, quando sono riposato, non posso lavorare. La sera, al contrario, dopo tutta la fatica della giornata, ci riesco di più.

Gurdjieff: Perché una parte di te è stanca e perché lavori senza quella parte. Tu lavori con uno o due centri. Se un centro è stanco, non partecipa al lavoro e non ottieni risultati. Se pensi di poter lavorare meglio di sera, è soggettivo; non ha importanza, è di poco conto.

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Domanda: Si può dormire consciamente - rimanendo consci durante il sonno?

Gurdjieff: E' possibile, ma non per te ora. Uno può ricordare qualcosa così che entra dentro di te automaticamente. Autosuggestione. Uno può suggerire a sé stesso durante il sonno. Prima di essere capaci di dormire consciamente si deve avere una diversa qualità di sonno. Ci sono dei gradi. Ci sono quattro tipi di sonno; uno può dormire un sesto, un quarto, metà o completamente. Dipende da quale stato di risveglio si ha. Se tu sogni mentre dormi, dormi solo a metà. Poi hai bisogno di un sonno di sette ore e mezzo. Se non sogni, quattro ore e mezza bastano. E' la qualità che è importante. tu dormi sette ore e mezzo. Impieghi due ore a rilassarti di sera, due ore a contrarti di nuovo al mattino. Questo ti lascia tre ore e mezza di sonno. Non ti rilassi consciamente ma automaticamente, e questo richiede tempo. Puoi rilassarti consciamente fino ad addormentarti mentre, d'altra parte, stabilisci la relazione necessaria tra il tuo corpo e la tua coscienza. Al mattino, quando ti svegli, fai la stessa cosa. Fai un programma immediatamente, riflettendo, suggerendo a te stesso in che modo sei determinato a trascorrere la giornata. Fai lo stesso lavoro al quale hai pensato. La tua attività si raddoppierà. Fai un programma reale, non di fantasia. Devi creare l'abitudine. Puoi farlo solo poco a poco. Niente accade tutto in un a volta. Cambia la qualità del tuo sonno. Fatti una bella strofinata prima di dormire. Quando vai a dormire, prega per i tuoi che sono morti. Queste cose sono una buona preparazione al sonno. Altrimenti, proseguirai i tuoi sogni e fantasie della sera.

Due dei presenti dicono di non riuscire a dormire di giovedì, il giorno delle riunioni per domande e risposte. Gurdjieff rivolto a un terzo:

Gurdjieff: Succede a te, dottore?

R: No, appena chiudo gli occhi mi addormento.

Gurdjieff: Bene, non tutti sono un cugino come te. Sai io cosa chiamo un cugino dell'uomo. (la mucca).

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Domanda: Come possiamo acquisire il distacco?

Gurdjieff: Si deve avere un ideale. Crea un ideale per te stesso. Questo ti preserverà dagli attaccamenti automatici. Pensa a questo consciamente e questo crescerà automaticamente e formerà un centro di gravità.

Domanda: E' più facile distaccarsi dalle cose materiali o dai sentimenti?

Gurdjieff: Tutto ha lo stesso valore. Tu hai attaccamento con un centro o l'altro. Devi vedere l'argomento in questo modo, senza filosofare. Tu non hai né un ideale né uno scopo serio. Così ogni cosa ti tocca (ha contatto con te) - tu sei uno schiavo. Devi abituarti a prepararti per il lavoro. Una certa parte del giorno deve essere consacrata al lavoro; non fare altro. Sacrifica questa. PENSA al lavoro. Leggi qualche cosa di collegato al lavoro. E permetti a tutte le associazioni connesse al lavoro di scorrere. Non è ancora lavoro. Ma fissa una data in cui il futuro sarà riservato al lavoro. Prepara il terreno. Consacra questo tempo al lavoro. Accetta l'idea che un certo tempo deve essere consacrato al lavoro. E se ti è dato un compito, o se ne fai uno per te stesso, lo farai durante il tempo che hai stabilito per esso. Il posto sarà fatto. E' FACENDO che l'uomo comprende. Vedrai il risultato che ti porterà. Dì a te stesso di lavorare. Pensa così. Ma qui nessuno lavora ancora. Tutto questo è solo un gioco da bambini. E' un po' meglio della titillazione. Nel lavoro vero il sudore cola sulla fronte, arriva perfino ai tacchi.

Domanda: Quando incontro delle persone che sono un pochino interessate a queste questioni, oppure inquietati da questo soggetto, non appena accenno a qualche piccola esperienza, tutto quello che ho imparato qui diminuisce e dopo mi sento più piccolo.

Gurdjieff: Qui c'è una regola; qui la nostra vita è eccezionale. Quello che diciamo qui, quello che facciamo, nessuno deve saperlo.

Domanda: Ma non dico niente di quello che facciamo.

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Gurdjieff: Ma questa regola concerne anche le idee. Quel che ti interessa diminuisce se lo dai alla mamma, e ti senti vuoto. Tieni per te le nuove idee. Nella vita puoi usare le idee come strumenti. Ma senza identificartici. Ogni cosa esce da te con le tue parole.

Domanda: Penso che io sia spinto dal mio sentimento di superiorità, è per questo che lo faccio.

Gurdjieff: Ti dirò anche un'altra cosa. Tu hai una debolezza che chi lavora con me deve distruggere. Tu credi. Tu non devi mai credere. Devi criticare ogni cosa, non accettare nulla che non puoi provare come che due più due fa quattro. Il credere non conta niente, non vale niente. Tu credi, tu ti identifichi e desideri passare sul tuo credere, con le tue emozioni. Ti identifichi, dai tutte le tue energie. Se tu non credi, se rimani del tutto imparziale, nel desiderare di trasmettere qualcosa a qualcuno, fallo come se stessi rendendo loro un servizio (a qualcun altro). Have you experienced this? Lo hai provato?

Domanda: Ho notato che si perde quel che si ha se lo si dà agli altri.
Domanda: Ho l'impressione di non potermi impedire di usare le forze datemi dal lavoro al fine di essere superiore alle persone che frequento.

Gurdjieff: Sei una piccola persona. E' cresciuto in te un aspetto. Ne devono crescere altri sei. Dopo questo, puoi immaginarti di non essere come gli altri. Non devi dimenticarti che la prima cosa da ricordare è la tua nullità. Tu hai molta immaginazione. Se tu avessi la comprensione della tua nullità, questa idea di te stesso ti mostrerebbe meglio che gli altri ti hanno superato.

Domanda: Quando sono da solo, o con persone notevoli, vedo la mia nullità. La dimentico quando sono con persone mediocri.

Gurdjieff: Ti darò un compito. Lavora su questo. Riconosci la tua debolezza e lavora. Se incontri ostacoli sul cammino, ti aiuterò correggendoti.

mercoledì 26 dicembre 2012

Il baffo destro e il baffo sinistro di Gurdjieff






Fonte : http://guide.supereva.it/franco_battiato/interventi/2007/09/306898.shtml

tratto dal libro di Fabrizio Ponzetta, L’esoterismo nella cultura di destra,
l’esoterismo nella cultura di sinistra, Jubal 2005

Un personaggio davvero interessante ai fini del nostro studio è George
Ivanovitch Gurdjieff. Prima di tracciare una sua breve biografia, sarà
opportuno spiegare l’interesse che il nostro studio nutre per lui. Nel
dualismo da noi identificato fra un esoterismo in seno alla cultura di
destra, il tradizionalismo, ed uno in seno alla cultura di sinistra, lo
spiritualismo contemporaneo sfociato nel new age, un personaggio storico
come Gurdjieff si muove sornione con modalità pragmatiche e trasversali,
attirando critiche e lodi da entrambe le parti.
Nel sito internet di una recente scuola di ispirazione gurdjieffiana si
citano in home page, con una certa compiacenza, le parole terribili che
Guénon ebbe a dire su Gurdjieff e i suoi discepoli: “Da evitare come la
peste”.
Anche Evola inserisce Gurdjieff nella raccolta di suoi scritti critici sullo
spiritualismo contemporaneo, ma, a dire il vero, oltre ad esporne i principi
dottrinari, non ne demolisce né la persona, né il pensiero, come fa con
altri, e, anzi, si lascia sfuggire che con qualche genuina organizzazione
iniziatica Gurdjieff deve aver avuto a che fare.
All’interno invece del variegato mondo new age, Gurdjieff assume le
connotazioni di un Abraxas moderno, un dio diavolo ora visto come esempio di
integrazione di opposti, ora visto come personaggio altamente negativo, il
prototipo dell’ipnotista crudele che lava il cervello a genuini ricercatori
spirituali, per i propri subdoli fini. La notorietà del suo nome, dagli anni
sessanta in poi, è dovuta sia alla vasta letteratura prodotta dai suoi
discepoli, comparsa per la maggior parte dopo la sua morte, avvenuta nel
1949 (in genere si tratta di diari che narrano le “avventure” di un
discepolo col maestro: “Idioti a Parigi” di Bennet; “La nostra vita con
Gurdjieff” dei coniugi De Hartmann; “La mia infanzia con Gurdjieff” e “I
miei anni con Gurdjieff” di Fritz Peters; “Mounsier Gurdjieff, ma lei chi
è?” di René Zuber; “Momenti d’oro con Gurdjieff” di Annie Lou Staveley, solo
per citarne alcuni, oltre al famoso “Frammenti di un insegnamento
sconosciuto” di Petr Demianovich Ouspensky), sia al fatto che alcuni noti
artisti contemporaneei (il regista Peter Brook, che girò un film liberamente
tratto dall’omonima autobiografia di Gurdjieff, “Incontri con uomini
straordinari”; Franco Battiato e Peter Gabriel, per limitarci ad alcuni
prestigiosi esempi) si sono più o meno esplicitamente ispirati al suo
insegnamento, generando quindi per emulazione un certo interesse giovanile
nei suoi confronti.
Anche il noto guru indiano Osho (Bhagwan Shree Rajneesh) ha fatto la sua
parte, citando Gurdjieff continuamente nei suoi discorsi e adottando alcuni
dei suoi metodi dinamici di meditazione. Inoltre, una certa tendenza
multietnica della danza e del teatro contemporaneo ha favorito la
divulgazione delle danze sacre che Gurdjieff (maestro di danza) insegnava ai
suoi discepoli. Infine, la psicologia umanista si è appropriata, spesso
omettendone la fonte, di tecniche, concetti e simboli (l’enneagramma in
primis) del sistema gurdjieffiano. In proposito si rimanda il lettore ai
rispettivi capitoli su Rajneesh e sulla psicologia umanista.
Detto ciò, passiamo a tracciare una biografia di Gurdjieff che possa
“giustificare” il bizzarro titolo di questo capitolo.
George Ivanovitch Gurdjieff nasce nel quartiere greco di Alexandropol in
Capacoccia, nella parte russa della zona di confine tra Russia e Turchia, in
un anno indefinito fra il 1860 ed il 1870. Nella sua gioventù alterna vari
lavori con una personale ricerca spirituale e archeologica che lo porta a
frequentare alcuni gruppi iniziatici, monasteri sufi e cristiani e vari
ricercatori esoterici, con cui fonda un gruppo denominato I cercatori della
Verità. Nei suoi viaggi, si spinge fino in Egitto ed in Sudan. Forse per
finanziare le sue ricerche ed i suoi viaggi, inizia intorno al 1890 anche
una sorta di strana carriera politico-diplomatica: come inviato di un
partito armeno si spinge fino in Svizzera e a Roma, a Creta ricerca le
tracce di una antica confraternita ma vi appare anche come inviato di una
società segreta ellenica. Con una confraternita giovanile di ispirazione
tradizionalista compie spedizioni in Tibet, in Siberia e a Bagdad. Nel 1901
pare che come agente segreto zarista sia penetrato in Tibet (quando, anni
dopo, i suoi discepoli cercarono di ottenere la cittadinanza britannica, i
servizi segreti inglesi si opposero con un rapporto in cui Gurdjieff veniva
definito come spia zarista che nei primi anni del novecento aveva lavorato
contro gli “interessi di Sua Maestà in Tibet”). In questi anni viene ferito
tre volte in scontri a fuoco; nel 1905 dovrebbe essere entrato in un
monastero sufi dell’Asia centrale. Nel 1908 inizia la sua tripla vita:
medico ipnotista in odore di ciarlataneria, mercante di tappeti, petrolio,
pesce e bestiame nonché maestro esoterico.
In “Il nunzio del bene venturo”, un libro che uscì nel 1933 a Parigi e che
doveva annunciare l’uscita dell’opera omnia di Gurdjieff, Gurdjieff raccontò
che il suo scopo era di svegliare l’essere umano e, avendo raccolto una
serie di conoscenze (se la biografia sopra citata è vera, come non dargli
torto), liquidò i suoi affari e si spostò a Mosca per insegnarle. Fra il
1913 ed il 1914 raccoglie a Mosca i suoi primi discepoli; nel 1915 accetta
come allievo il noto filosofo e conferenziere P.D. Ouspensky attraendolo e
scandalizzandolo. Nel suo autobiografico “Frammenti di un insegnamento
sconosciuto”, il filosofo russo, da poco tornato in Russia dopo un
“deludente” viaggio di ricerca spirituale in India, entra in contatto con
questo armeno dal linguaggio sgrammaticato, vestito abbastanza elegantemente
ma con i polsini sporchi, che lo convoca in rumorosi caffè moscoviti e gli
chiede soldi per essere accettato nella sua cerchia, in quanto il suo
“lavoro” abbisogna di grandi spese, come inverosimili oggetti da importare
dall’Egitto, e case costose in cui incontrarsi; “a testimonianza” di ciò,
Gurdjieff lo invita in un appartamento spoglio sopra una scuola che all’epoca
veniva dato alle maestre gratuitamente. Proprio per via di queste palesi
contraddizioni, Ouspensky si chiese, se con lungimiranza o con innocenza non
lo sapremo mai, se forse il signor G. (come lui lo chiama nel libro) non lo
stesse mettendo alla prova. Da lui rimase comunque affascinato: “Incontrarlo
era sempre una prova. Alla sua presenza ogni gesto sembrava artificiale: sia
che fosse troppo referenziale o al contrario troppo pretenzioso, dal primo
momento veniva distrutto, e non restava nulla se non una creatura umana alla
quale era stata strappata la maschera, mostrando così, per un istante, ciò
che era realmente”.
A Ouspensky ed al suo libro si deve la conoscenza delle dottrine di
Gurdjieff, in quanto gli scritti del maestro sono, volutamente o per
incompetenza (ci sono due scuole di pensiero in proposito), assai caotici e
bizzarri. Nonostante alla fine del libro Ouspensky, già allontanatosi da
Gurdjieff, ne distingua le idee (valide) dal personaggio (perfido),
Gurdjieff stesso definì il libro la migliore esposizione sistematica delle
sue idee e molti suoi discepoli ci studiarono sopra. La dottrina esposta da
Ouspensky, grazie ad appunti presi segretamente al termine degli incontri
con Gurdjieff, che preferiva la divulgazione orale di certi concetti, è
alquanto ampia e complessa; tuttavia, possiamo riferirne qui alcuni tratti
che sono davvero un punto d’incontro fra lo spiritualismo contemporaneo e la
Tradizione. Ciò che in teosofia e in antroposofia viene banalizzato, secondo
i tradizionalisti, con la parola “corpo” (i corpi sottili ad esempio), in
Gurdjieff assume più precisamente il significato di stati di coscienza;
così, più che un corpo fisico, uno emotivo, uno astrale e così via, esistono
uomini che vivono in uno stato di coscienza in cui predominano i bisogni del
corpo, altri in cui sono prevalenti quelli emotivi, quelli mentali o quelli
spirituali. L’uomo per Gurdjieff non è nulla di più che una macchina
biologica senza un centro di gravità permanente, ovvero non ha un’io ma una
serie di aggregati psicologici che si alternano in lui a seconda delle
situazioni; nel sistema gurdjieffiano un vero io può essere “creato” solo
tramite una disciplina, un “lavoro” su di sé, una serie di “shock” coscienti
autoindotti o meglio indotti da un maestro. Per Gurdjieff, esistono quattro
vie per giungere alla “liberazione” e cioè per “ottenere” un “io”, ovvero
per “morire con onore e non come cani”: la prima è la via del fachiro, vale
a dire una via adatta a uomini in cui prevale l’orientamento fisico, uomini
che tramite il controllo del corpo giungono ad un’unità interiore; la
seconda via è quella del monaco, ovvero una via emotiva e cioè devozionale;
la terza via è quella dello yogi, che potremmo definire una via
intellettuale; la “Quarta via” è la sua.
Ouspensky col tempo si indispettì parecchio per i metodi usati da Gurdjieff
atti a provocare gli shock di cui sopra e lo accusò di proporre ai suoi
discepoli, contrariamente a quanto predicava, la via del monaco, ovvero dell’ubbidienza
e della devozione, anziché la Quarta via, di cui Ouspensky si fece portavoce
diventando in vita più noto dello stesso Gurdjieff. Ouspensky, d’altronde,
era un raffinato intellettuale, mentre Gurdjieff non ebbe mai vita facile,
la sua esistenza fu costellata di migrazioni, lutti, difficoltà economiche e
incidenti di vario genere. Scappò con un manipolo di allievi dalla Russia
rivoluzionaria, inventando una spedizione scientifica al monte Induc;
attraversò così le zone controllate dalle guardie bianche e da quelle rosse
con due lasciapassare: uno ottenuto grazie ad alcuni discepoli di origine
aristocratica, l’altro ottenuto inventando di essere parte di una
associazione internazionalista ispirata ai principi del socialismo; in
prossimità dei posti di blocco si toccava il baffo destro o quello sinistro
affinché i discepoli capissero quale passaporto esibire e come comportarsi.
Tale ambiguità, dettata da esigenze di sopravvivenza e da un’equidistante
distacco dai dualismi mondano-politici, lo accompagnò in tutti i luoghi in
cui fece tappa, da Essentucki a Tbilisi a Costantinopoli a Berlino a Parigi;
ovunque racimolò soldi e discepoli, tenne conferenze e fece esibizioni di
danze sacre creando, a seconda del posto, anche brevi organizzazioni dal
nome Istituto per lo sviluppo armonioso dell’uomo. Giunto infine a Parigi,
stabilì il suo quartier generale inizialmente in un ex priorato e
precisamente nella cittadina di Avon (1922).
Tenendo una conferenza a Londra presso gli allievi di Ouspensky (nel
frattempo trasferitosi in Inghilterra) che, nonostante la separazione, lo
invitò, Gurdjieff ne affascinò i più importanti fra cui l’editore Alfred
Orage che gli organizzò una serie di viaggi “promozionali” in America.
Da tutto il mondo ricercatori spirituali si recarono ad Avon, e la fama di
Gurdjieff crebbe quando la nota poetessa Katherine Mansfield, gravemente
malata di tubercolosi, decise di passare gli ultimi anni della sua vita ad
Avon. La stampa ipotizzò addirittura un omicidio.
Una serie di lutti, incidenti ed infine un pressante passivo economico
costrinsero alla chiusura del priorato di Avon e Gurdjieff nel 1932 si
trasferì a Parigi in un hotel vicino al Cafè de la paix. In questo periodo
si aliena i discepoli americani con i suoi bizzarri soggiorni in America
finalizzati esclusivamente a pressanti richieste di denaro e inizia a
scrivere la sua opera, di cui l’”Herald” (”Il nunzio del bene venturo”) è
una sorta di presentazione e allo stesso tempo è il proclama di un nuovo
inizio del suo lavoro atto a recuperare i discepoli. Dopo neanche un anno,
però, ritira le copie in circolazione dell’”Herald” e invita chi l’ha letto
a dimenticarlo e bruciarlo.
Nel 1936, in un piccolo appartamento di Parigi, in Rue des Colonels Renard,
riprende ad insegnare sistematicamente le sue idee a piccoli gruppi di
allievi. I suoi metodi sono sempre più pratici, una sorta di yoga della vita
quotidiana; i veri incontri sono a cena, dove egli cucina piatti esotici, e
dopo il pasto: “La sua tavola, quando alla fine del pasto un grande silenzio
si stabiliva per far posto alle domande dei suoi allievi, era simile al
tappeto di un club di judo. Il maestro, con il suo cranio rasato di samurai,
attendeva tranquillamente senza muoversi. Il «Monsieur, posso porre una
domanda?» che veniva a rompere il silenzio, aveva qualche cosa di rituale,
come il saluto di due judoka che si inchinano uno di fronte all’altro. In
quel momento il rispetto che impregnava la stanza raggiungeva il culmine”.
In questo clima surreale, fra discepoli che sfidano i coprifuochi della
Parigi occupata (siamo ormai negli anni quaranta) e un Gurdjieff che la sera
cucina e insegna e durante il giorno sguazza fra borsari neri alla ricerca
di cibo e caffè per i suoi allievi, si consuma l’ultima parte della sua
incredibile vita. Una vita che, nonostante le apparenze controverse ed
eterodosse, risulta in ultima analisi più vicina al mondo della Tradizione
che allo spiritualismo contemporaneo; come ebbe a dire René Zuber “Gurdjieff
era la tradizione”. Egli effettivamente era un patriarca ed un conservatore,
a prescindere dalle apparenze bohemien e surrealiste. Nonostante negli
ultimi anni della sua vita avesse formato e istruito un gruppo di donne
dichiaratamente lesbiche, non smise mai, ad esempio, di sottolineare quanto
le perversioni sessuali fossero di grande ostacolo alla realizzazione
spirituale.
Qualcuno vide in lui un collaborazionista dei nazisti, ma tale accusa può
essere giustificata solo ricordando l’atteggiamento opportunista di
Gurdjieff nei confronti della politica quando si trattava di mangiare e
quindi di sopravvivenza. Non va dimenticato che, fra i tanti personaggi
“interpretati” nella sua vita, Gurdjieff fu anche mercante orientale e
faceva ovviamente affari con tutti, “buoni e cattivi”; conseguenza di ciò,
per lui, era che, in periodi di carestia, a casa sua c’era sempre da
mangiare per i suoi ospiti. È poi risaputo che aiutò i suoi discepoli ebrei
a vivere in clandestinità e, come ricorda una sua discepola americana che,
tornando a trovarlo all’indomani della liberazione parigina, gli raccontò
delle prime notizie sull’olocausto, “una vena sulla sua fronte si gonfiò e
cominciò a pulsare. Vidi l’ira di Dio in quel viso incupito, una giusta
furia che sembrava sul punto di esplodere. un’ira santa per la ripetuta
disumanità dell’uomo verso i suoi simili”. Tuttavia, la “leggenda nera” di
Gurdjieff vuole che, per interposta persona, ovvero tramite Karl Haushofer,
il noto fondatore della “geopolitica”, fu lui ad ispirare al nazismo la
scelta della svastica rotante non verso destra (simbolo di sapienza) ma
verso sinistra (simbolo di potenza). Tale tesi pare essere smentita almeno
dalle note dei curatori dell’edizione italiana di “Monsieur Gurdjieff” di
Louis Pawels, l’autore de “Il mattino dei maghi”, uno dei primi articolati
studi sulle origini occulte del nazismo.
Un altro aspetto che spesso i tradizionalisti non notano, pena il dover far
rientrare Gurdjieff nella loro corrente, furono le concezioni
tradizionaliste che Gurdjieff nascose bizzarramente in quella sorta di opera
di “fantascienza” che fu ” I racconti di Belzebù al suo giovane nipote”,
ovvero il suo libro principale. Qui si ritrovano concetti cari al mondo
della Tradizione come quelli di casta, antievoluzionismo e il mito di una
provenienza comune dell’umanità, scampata al disastro di una precedente
civiltà evoluta. La metafora tradizionalista giustificante di regimi non
democratici per la quale il popolo è come un corpo, e come tale abbisogna di
una testa e di un ordine atto a far sì che ogni parte stia al suo posto, nel
sistema di Gurdjieff assume una corrispondenza implicita fra micro e
macrocosmo. Nel sistema di Gurdjieff l’essere umano è metafora di una
carrozza: la carrozzeria è il corpo, i cavalli le emozioni, il cocchiere la
mente ed il proprietario, ovvero colui che decide dove andare perché sa qual
è la direzione, è l’”Essenza”. Questa “Essenza” per Gurdjieff è nell’uomo
addormentata (di conseguenza la mente-cocchiere fa ciò che vuole, si ubriaca
e sbanda e non riesce a governare i cavalli-emozioni e alla lunga ci rimette
la carrozza-corpo, che viaggia su strade dissestate); quindi, essendo l’umanità
una estensione dell’uomo, Gurdjieff vede solo “addormentati” anche in coloro
che pretendono di governare la carrozza umanità. Da qui la sua indifferenza
per un regime o l’altro, per un mondo tradizionale o per uno progressista,
persino per la pace e la guerra (cfr. P.D. Ouspensky, “Frammenti di un
insegnamento sconosciuto”, Astrolabio-Ubaldini 1976), nonostante egli abbia
subito gravi lutti proprio a causa di questa, perdendo ad esempio il padre e
la sorella.
Tuttavia, pur non apprezzando i regimi totalitaristi, forse anche per il
semplice fatto che la sua esistenza in tali regimi non sarebbe semplicemente
possibile, la sua idea in proposito è tradizionalista, e ricorda il
reggente-filosofo della repubblica di Platone. A Platone venne sempre
chiesto idealmente dai filosofi suoi successori “Chi è così saggio in questa
società ideale da stabilire chi è così saggio per essere il re-filosofo?”.
Tale considerazione è ovviamente un pregiudizio moderno dal quale non
riusciamo ad uscire nel rivolgerci a Platone. Il punto di vista di Gurdjieff
è per sua natura libero da questo pregiudizio: quando l’uomo “conosce se
stesso”, per rimanere in una terminologia platonico-socratica, conosce l’universo,
quindi sa qual è il suo posto e riconosce la saggezza del “capo” senza
bisogno di campagne e mandati elettorali, rivoluzioni o colpi di stato. Il
mondo fu nell’età dell’oro, a cui rimandano i tradizionalisti, governato in
questo modo; in questo senso il sovrano è sovrano per volere divino. Poi
accadde qualcosa, una caduta, una sovrapposizione di ruoli, un miscuglio fra
ordini diversi di idee. Gurdjieff lo romanza fantastoricamente così: “In un
imprecisato tempo antico comparve sulla terra, in Babilonia, un uomo, figlio
di mercanti, di nome Lentrohamsanin” (è stato notato come questo nome
comprenda in sé le iniziali di Lenin e Trotzki). Egli era un ozioso
“coccolino di mamma e papà” che, per vanità e amor proprio, inventò una
teoria su un soggetto sul quale nessuno si era ancora espresso. La teoria
inventata da questo essere (descritto come alquanto perfido), che fu causa
di continue guerre e miseria, confusione e governi corrotti, è
inquietantemente simile a quel corpus di valori etici e politici che noi
oggi diamo per scontato: “La più grande felicità dell’uomo consiste nel non
essere dipendente da alcuna personalità, e nell’essere libero da qualsiasi
influenza estranea di qualsiasi tipo. [.] I nostri capi [ci parlano, nda] di
un altro mondo, presumibilmente migliore di questo , in cui le anime di
quelli che hanno vissuto degnamente in terra godrebbero di una vita di
assoluta felicità, in tutti i sensi. Ma in che modo la nostra vita attuale
sarebbe indegna? Non ci affatichiamo forse dalla mattina alla sera per
guadagnare il nostro pane quotidiano col sudore della fronte? [.] I nostri
capi e consiglieri dimostrino nei fatti ai semplici mortali come noi che
tutto quel che raccontano e cercano di farci credere è vero. Ce lo provino
per esempio trasformando in pane una manciata di sabbia ordinaria su cui
grazie al sudore della nostra fronte, germoglia e cresce l’orzo quotidiano”.
Queste parole messe in bocca a questo personaggio fantastorico, a metà fra
il populismo e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, sono difficilmente
contestabili per una mente contemporanea, ma inserite nella cosmologia
gurdjieffiana e nella corrente tradizionalista assumono significati diversi.
Interessante è poi questo modo di fare storia creando o riferendo (chi lo
sa?) una saga, ma comunque inserendo in modo più o meno camuffato elementi
contemporanei, ad esempio il nome di Lentrohamsanin, come a voler
sottolineare una ciclicità della storia e comunque dando elementi per
comprendere le imprecisioni storiche dei miti, più interessati a esprimere
concetti che alla precisione squisitamente cronologica.
Sempre ne I racconti di Belzebù al suo giovane nipote compare poi il noto
passo, scambiato spesso per una provocazione più che per una posizione
tradizionalista di Gurdjieff, secondo il quale gli uomini non discendono
dalle scimmie ma le scimmie dall’uomo, ovvero le scimmie sono il frutto di
accoppiamenti perversi fra donne e animali. E, al di là dell’ironia e dello
scandalo che una simile affermazione può provocare, bisogna prendere atto
che i tradizionalisti citano spesso, miti e leggende in cui si narra di una
razza superiore che si accoppia con una razza inferiore.
Gli spiragli di discussione che su quest’argomento si possono aprire sono
infiniti ed esulano dai termini che ci siamo posti in questo libro. Ci basti
qui sottolineare la posizione trasversale di Gurdjieff che, se da un lato si
fa portavoce di una Tradizione scampata alle “perversioni” moderne, con cui
afferma di essere entrato in contatto in misteriosi monasteri dell’Asia
centrale, dall’altro è sicuramente un uomo insofferente e allergico all’aristocrazia,
come viene testimoniato spesso riguardo al “suo assoluto disprezzo per le
convenzioni sociali. Avrebbe fatto sedere un premio Nobel accanto ad uno
spazzino, una lady accanto ad una prostituta”. I suoi discepoli infatti,
stretti a cena nell’appartamento parigino o in cattività in quell’esperimento
comunitario che fu il priorato di Avon, vennero sempre trattati nello stesso
provocatorio modo atto, almeno secondo Gurdjieff, a risvegliare in loro una
nobile essenza che li liberasse dalla plebea personalità.
Ci sembra infine opportuno ricordare che George Ivanovitch Gurdjieff, pur
non offrendo molti spunti espliciti al movimento ambientalista fu,
incontestabilmente, un proto-ecologista, che denunciava, già negli anni
trenta, l’indiscriminato uso dell’energia elettrica ai danni dell’ambiente
(cfr. G.I. Gurdjieff, “I racconti del giovane Belzebù al suo giovane
nipote”). Fu precursore anche del concetto di biosfera rivelando ad
Ouspensky che la vita organica è una pellicola che ricopre il pianeta (cfr.
P.D. Ouspensky, op. cit.). Anche la sua scandalosa tesi secondo la quale l’uomo
esiste sul pianeta perché dalla sua morte si scatena un certo fenomeno
energetico che nutre la luna, al di là dell’apparente infondatezza
scientifica, ha però il merito di far riflettere a riguardo delle concezioni
antropocentriche secondo le quali la nostra vita ha un senso superiore che
ci permette di sfruttare indiscriminatamente le risorse del pianeta. Lo
scopo della nostra vita potrebbe essere assai meno nobile di quello che
immaginiamo e molto più pragmaticamente interattivo col resto della natura.